Zola lancia Cassano a Madrid
L’ex azzurro a ruota libera sul mondo del pallone. E del fantasista dice: “Dal punto di vista tecnico non teme confronti. Un talento emerge sempre, in Italia o all’estero”
CAGLIARI, 3 gennaio 2005 - Zola, come si sta in pensione? “Con un maestro di sci che mi urla di non andare abbastanza col corpo a valle. Ha ragione, ma adesso mi impegno e provo a fargli cambiare idea”. Un sorriso e via. A sfidare le piste di Madonna di Campiglio. La scatola magica che ha fatto delirare gli inglesi e non solo si è chiusa per sempre. Ma la molla non è scarica. Anzi. Gianfranco Zola ha dentro la grinta di sempre. Quella del ragazzino che sul campo della Corrasi di Oliena faceva 100 palleggi e stava in campo fino a che non giungeva a 200. Del novizio in A che spiava Maradona battere le punizioni per poi provarle per ore finché non ne metteva all’incrocio otto su dieci. Un passato ancora troppo caldo per essere sfogliato senza pause e sussulti. “Se parlando qualcuno dice punizione penso subito a com’è messa la barriera”, scherza l’ex fantasista di Napoli, Parma, Chelsea e Cagliari
Zola, quanto le manca il calcio?
“Tanto. E penso che al di là dei 39 anni avrei potuto dare ancora qualcosa. Ma ora è inutile recriminare. Va bene così”.
A Natale è stato a Dubai in vacanza: gli sceicchi sono tornati alla carica?
“Ho detto no, grazie in passato e non cambio idea adesso”.
Cosa le riserva il futuro?
“Mi piacerebbe fare qualcosa con i bambini, magari guidarli dalla panchina. Ma per ora mi bastano le passeggiate sulle spiaggia di Chia con mia moglie Franca e i miei figli Samuele, Andrea e Martina”.
E le proposte del Chelsea di Abramovich?
“A Londra so di avere una porta sempre aperta. E sarò sempre grato a tutti. Ma per adesso, al sabato, mi bastano il calcetto e il golf con gli amici”.
Cosa prova nel vedere il Cagliari che annaspa?
“Mi dispiace molto. Sento i miei ex compagni, penso possano salvarsi.Con Sonetti c’è stata una certa ripresa ma più che una crisi tecnica la squadra paga un avvio difficile e una condizione mentale infelice”.
Cosa suggerisce a Esposito e Langella?
“Tranquillità, lavoro e pazienza. La chiave per rispondere ai nostri guai è nella nostra testa. Dipende solo da noi. Rodersi sul gol che non viene può diventare una maledizione. E io di momenti no ne so qualcosa”.
Ad esempio?
“In Nazionale, ai Mondiali negli Stati Uniti, espulso assurdamente da un arbitro poi radiato per corruzione, e agli Europei, con il rigore sbagliato di cui mi assunsi, forse eccessivamente, tutte le responsabilità”.
E le luci?
“Ho messo 35 volte la maglia azzurra e c’è stata gente che meritava più di me e l’ha vista meno. Poi, penso al Chelsea e ai suoi tifosi: hanno avuto fiducia in me fin dai primi giorni a Londra. Non avevo combinato ancora nulla e già percepivo un calore speciale. Infine, penso alla tifoseria sarda e ai tanti appassionati che mi hanno sempre sostenuto”.
Quali gol ricorda con più affetto?
“Quello con l’Italia a Wembley, il gol di tacco al Norwich, quello di testa alla Juve: Buffon e Thuram non me l’hanno ancora perdonato”.
A proposito di Juve, è in fuga: possono riprenderla?
“Se avrà un calo, cosa che conoscendo Capello mi pare difficile, penso che possa approfittarne l’Inter: ha un organico eccellente e mi è sempre piaciuto il modo in cui Mancini fa giocare le sue squadre”.
Stiamo in A: come vede il passaggio di Cassano al Real?
“Ho spesso detto che era l’unico ad avere i movimenti di Ronaldo. Cassano è un grande talento da gestire adeguatamente. A Madrid può trovare la sua dimensione. Cassano, come Gilardino, è uno di quei giocatori che esalterebbero uno come me: in area basta ronzargli attorno per avere sempre qualche spunto”.
Conquisterà il Bernabeu?
“Dipende solo da lui e dalla sua capacità di assumersi tutte le responsabilità che gli deriveranno da un compito non facile in campo e fuori. Quello di Madrid è un pubblico esigente e in squadra non mancano i giocatori di personalità”.
Ha fatto bene a lasciare Roma?
“Di certo si era creata una situazione ambientale che rischiava di frenarne la crescita. A Madrid avrà tutte le possibilità di completare la sua maturazione. Dal punto di vista tecnico non teme confronti e la vicinanza di tanti campioni non potrà far altro che stimolare la sua classe. Un talento emerge sempre, in Italia o all’estero”.
Oltre Cassano, chi le piace?
“Totti, specie per come gioca di prima. Ma vorrei ricordare Maldini, Javier Zanetti e Cafu. Paolo è uno che dà sempre l’esempio giusto. Zanetti ha l’entusiasmo dell’esordiente. Cafu ha una bellezza interiore che gli permette di sorridere sempre. Al calcio si dovrebbe giocare sempre così”.
E il suo amico Del Piero?
“Ale in questi ultimi due anni è stato un grande: ha superato critiche feroci con i fatti, la classe e la qualità. E’ il vero simbolo Juve”.
Saltiamo i confini nazionali: i primi cinque di Gianfranco Zola?
“Sei: Lampard, Ronaldinho - che preferisco nei gol al Real Madrid agli spot con la traversa -, Zidane, Adriano, Ronaldo e Kakà: uno che gioca tra le due linee e dieci anni fa avrebbero bocciato”.
Come è successo a lei al Parma e in Nazionale.
“Se è per questo anche al Chelsea: Gullit mi disse che dovevo stare a centrocampo perché i difensori inglesi mi avrebbero mangiato. Giocai punta feci due gol e rimasi lì, facendo in sette anni qualcosa di buono”.
La serie A è sempre quella che ha lasciato: razzismo e polemiche in campo, sugli arbitri, e fuori, sui diritti tv.
“Il razzismo è un problema serio, anche Suazo, come Zoro, veniva insultato. Ma credo che interrompere le partite serva a poco. Se non a darla vinta a pochi imbecilli. Io ripartirei dai giovani e dagli addetti ai lavori: va promosso un calcio leale e lontano dall’isterismo. E penso ad un tv più equilibrata: raggiunge tutti ma è superficiale e offre messaggi diseducativi e fuorvianti”.
Dicevamo degli arbitri?
“Sono contrario alla moviola. Lasciamoli tranquilli, sbagliano pure loro, ma alla lunga i conti sono pari. Poi, penso ad un organismo indipendente che non risenta delle influenze dei club della federazione e della Lega”.
E sui diritti tv?
“La differenza tra le grandi e le piccole si acuisce. E questo, comunque la si rigiri, non fa bene al sistema calcio: se tre squadre ammazzano il campionato, si dividono la torta e alle altre vanno le briciole la gente si stufa e il gioco muore”.
fonte gazzetta.it
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- Published:
- 01.03.06 / 12pm
- Category:
- Calcio


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